Ci soni giorni che non dimentichi, quasi fossero film visti rivisti e raccontati, quelli di cui citi le battute a colpo sicuro. “E’ morto mio padre”.. silenzio.. “Stai scherzando, vero?” …”Ti sembra si possa scherzarci sopra?!”.
Oggi come allora sulla stessa strada verso casa, tra le risaie della bassa novarese, con la medesima luce di giornate un passo più lunghe, pigre a scrollarsi l’inverno. Curiose le coincidenze. Curioso anche ritrovare su questo hard-disk pensieri, ricordi già scritti. Un file del duemila sa già di archeologia digitale in effetti. Nonostante tutto la carta invecchia meglio.
“[...] Ti ricordo papà, quella mattina ai primi di gennaio, seduto sul letto, di sotto. Ti avevo fatto la barba, ti avevo vestito e messo le scarpe. Aspettavamo il dott. Valenti per la visita. Mi sembravi un bambino, gli occhi tristi e lucidi, come se la persona speciale che era in te si fosse dissolta nella malattia. Che male mi ha fatto vederti così, il mio miglior amico, pensare a tutte le cose che avevamo fatto insieme ora svanite nell’oblio. La tua mente così raffinata, sempre così lucida, capace di essere travolta dalle passioni ma altrettanto distaccata dalle medesime, che mi aveva sempre stupito… Che male veder dissolversi un’intelligenza come la tua, vederti diventare vecchio in pochi giorni. Papà, ho sentito freddo quella mattina, ho capito di averti perso, ho capito che non potevo permettermi di dimenticare quello che mi avevi insegnato, quello che ti avevo rubato, perché tu non ci saresti più stato. In quei giorni, quella mattina, si è spenta una parte di me. Ho capito che non avrei fatto in tempo a farti vedere ciò che volevo. Mi sono sentito solo, ho cominciato a cercarti dentro me stesso. Papà, quanto ti ho voluto bene. Ti ringrazio per tutto ciò che è stato, di tutto quello che mi hai dato, per come mi hai fatto crescere. No dimenticherò mai le cose che abbiamo fatto insieme, i lavori, le passeggiate, i pomeriggi a pescare sotto la pioggia nel riale sotto casa, con il red che ci rompeva le balle, quando ci davamo la mano a vicenda per salire il torrente(in tenuta rigorosamente mimetica)
e imboscavamo le trote nel carniere.
Non dimenticherò i giri a funghi, nei posti che tu avevi scoperto e mi avevi insegnato, i sentieri che scoprivamo ogni volta. Ti ricordi quando ci fermavamo a pian d’Arei, tiravamo fuori le birre e le mele o il cioccolato dallo zaino, contenti di aver fregato tutti e di essere arrivati primi durante le puntate dei funghi? Ti ricordi che bello fregare Celso, Romolo, la Puggini, Maria Sorrenti… le gare a chi trovava il bulè più grosso. Mi sentivo fortunato, ero consapevole di esserlo. Quanto ti ho rotto le balle con la pesca, quanto ti ho trascinato lungo i fiumi..
Sei stato il più grande amico, alla faccia di chi dice che non può esistere questo rapporto con un genitore. Avevamo i nostri pudori, le nostre manie, ma era tutto magico. Era bello avere insieme gli stessi colpi di genio per risolvere i problemi, era bello essere complementari, dove non arrivava l’uno ci pensava l’altro.
Scusami papà per gli ultimi due anni. C’era qualcosa nell’aria, qualcosa di maligno, sentivo che il filo che ci legava si sarebbe da lì a poco spezzato. Scusaci papà, se io e la mamma siamo stati tanto miopi da non accorgerci dei tuoi problemi prima, scusaci per le tante discussioni che ci sono state.
Tanti lavori in casa, tanti troppi stress che ci hanno fatto perdere di vista la vita.
Ho tante cose da scrivere, voglio fermarle in qualche modo, prima che la cose più preziose che abbiamo, i ricordi e l’amore, svaniscano contro la nostra volontà [...]”
Ho imparato ad avere meno paura di dimenticare. Ciao ***
P.